sabato 26 novembre 2016

Hasta Siempre Fidel


Gracias, Fidel, porque con el Che Guevara y otros héroes, usted ha derrotado a la dictadura de América, usted ha liberado a Cuba.
Hoy Cuba tiene un muy alto nivel de la educación pública, la medicina pública, la eliminación del hambre y buen nivel de vida.


Hasta la Victoria, Siempre !

















sabato 29 ottobre 2016

Good morning World ...

"Buona sera. Prima di tutto vi prego di scusarmi per questa interruzione. Come molti di voi io apprezzo il benessere della routine quotidiana, la sicurezza di ciò che è familiare, la tranquillità della ripetizione. Ne godo quanto chiunque altro. Ma nello spirito della commemorazione, affinché gli eventi importanti del passato, generalmente associati alla morte di qualcuno o al termine di una lotta atroce e cruenta vengano celebrati con una bella festa, ho pensato che avremmo potuto dare risalto a questo giorno, un giorno ahimè sprofondato nell'oblio, sottraendo un pò di tempo alla vita quotidiana, per sederci e fare due chiacchiere. Alcuni vorranno toglierci la parola, sospetto che in questo momento stiano strillando ordini al telefono e che presto arriveranno gli uomini armati. Perché? Perché, mentre il manganello può sostituire il dialogo, le parole non perderanno mai il loro potere; perché esse sono il mezzo per giungere al significato, e per coloro che vorranno ascoltare, all'affermazione della verità. E la verità è che c'è qualcosa di terribilmente marcio in questo paese. Crudeltà e ingiustizia, intolleranza e oppressione. E lì dove una volta c'era la libertà di obiettare, di pensare, di parlare nel modo ritenuto più opportuno, lì ora avete censori e sistemi di sorveglianza, che vi costringono ad accondiscendere a ciò. Com'è accaduto? Di chi è la colpa? Sicuramente ci sono alcuni più responsabili di altri che dovranno rispondere di tutto ciò; ma ancora una volta, a dire la verità, se cercate il colpevole... non c'è che da guardarsi allo specchio. If you are looking for the guilty, you look in the mirror. Io so perché l'avete fatto. So che avevate paura. E chi non ne avrebbe avuta? Guerre, terrore, malattie. C'era una quantità enorme di problemi, una macchinazione diabolica atta a corrompere la vostra ragione e a privarvi del vostro buon senso. La paura si è impadronita di voi, fear has taken hold of you, ed il Caos mentale ha fatto sì che vi rivolgeste all'attuale Alto Cancelliere.
Vi ha promesso ordine e pace in cambio del vostro silenzioso, obbediente consenso. Ieri sera ho cercato di porre fine a questo silenzio. Più di quattrocento anni fa, un grande cittadino ha voluto imprimere per sempre nella nostra memoria questo giorno. La sua speranza, quella di ricordare al mondo che l'equità, la giustizia, la libertà sono più che parole: sono prospettive. Quindi, se non avete visto niente, se i crimini di questo governo vi rimangono ignoti, vi consiglio di lasciar passare inosservato questo giorno. Ma se vedete ciò che vedo io, se la pensate come la penso io, e se siete alla ricerca come lo sono io, vi chiedo di mettervi al mio fianco, ad un anno da questa notte, fuori dai cancelli del Parlamento, e insieme offriremo loro un giorno che non verrà mai più dimenticato."

sabato 20 agosto 2016

Stay human

SIRIA - Aleppo - Omran Daqneesh, 5 anni.


 "Se fate tacere questi bambini, le pietre grideranno"
 "If you do shut up these children, the stones will cry"


Ma come siamo arrivati a questo?

Le proteste del marzo 2011 si diffondono rapidamente in più città, in virtù dell’effetto contagio delle primavere arabe. Le proteste sono partite da Deraa, città che è sì in una delle aree più depresse del Paese, ma anche a pochi passi dal confine con la Giordania. Paese in cui, coordinati dal Dipartimento di Stato, operano agenzie e militari americani, con vari centri di addestramento. Nonché inglesi e sauditi.
Un portavoce ministeriale siriano afferma che la polizia avrebbe l’ordine di non sparare sui manifestanti pacifici ma all’interno delle manifestazioni ci sono gruppi armati il cui fine è provocare scontri a fuoco.
Sulle proteste popolari si innesca l’infiltrazione di agenti provocatori che inducono alla reazione a fuoco le forze governative. Le notizie conseguenti vengono amplificate e rilanciate dai predisposti punti di diffusione. La prevista e scontata auto-propagazione nei media occidentali completa l’opera.
In Siria l’elemento scatenante sono stati agenti opportunamente addestrati dai servizi occidentali e miliziani wahabiti jihadisti. Quotidiani internazionali, come The Guardian, e regionali, come il libanese Daily Star, hanno riportato una notizia secondo cui agenti occidentali – tra cui anche i 12 francesi catturati dall’esercito – erano presenti in Siria sin dall’avvio dell’operazione di regime change camuffata sotto le proteste popolari.
Riepilogando questa potrebbe quindi essere la sequenza degli interventi adoperati: preparazione agenti, fonti di notizie e rilancio, infiltrazione nelle proteste, provocazione armata, repressione, amplificazione di notizie false e diffusione mondiale, condanna, giustificazione di interventi dall’esterno.
Per la Siria la notizia che doveva far scatenare l’intervento occidentale è stata quella dell’uso di armi chimiche da parte di Assad contro la popolazione. La notizia non era falsa, ma il gas era stato usato dagli stessi jihadisti proprio al fine di causare l’intervento USA a loro supporto. Fallito nel caso specifico soltanto per la netta frapposizione della Russia e di Papa Francesco.
Create le condizioni che, sfruttando la protesta popolare, hanno determinato in contemporanea la messa all’indice internazionale del governo di Assad e lo schiacciamento dell’opposizione in opposizione armata, nel paese sono stati fatti affluire dalle frontiere di Turchia e Giordania tra i 100 e i 200 mila miliziani (in stragrande maggioranza non siriani) addestrati nei due paesi, oltre che in Arabia Saudita e Qatar. Lo stesso re giordano Abdullah aveva detto che gli inglesi del SAS (Special Air Service) hanno costituito dal suo Paese per operare nel sud della Siria un battaglione meccanizzato di miliziani.
Il successo della fase iniziale degli attacchi delle milizie si è amplificato rapidamente, grazie anche alla loro perfetta conoscenza delle vulnerabilità dell’esercito siriano. A quel punto è intervenuta la Russia per adeguare l’esercito siriano al tipo di guerra che stava combattendo.

[Valentin Vasilescu]

giovedì 28 luglio 2016

"The world is at war, a war for real” but “not a war of religions”

 for the English translation

 para la traducción española

 中国的翻译

“Il mondo è in guerra”, “guerra vera”,  “guerre di interessi, per soldi, per le risorse della natura, per il dominio dei popoli”, ma “non guerra di religione”, “le religioni tutte le religioni, vogliono la pace. La guerra la vogliono gli altri”. E’ il commento di papa Francesco all’assassinio di padre Jacques Hamel, il sacerdote ucciso a Saint Etienne du Rouvray, fatto sull’aereo che lo ha portato a Cracovia, dove è arrivato alle 16 (ora locale) per la 31ma Giornata mondiale della gioventù.
“La parola che si ripete tanto – ha detto ancora - è ‘sicurezza’, ma la vera parola è ’guerra’. Il mondo è in guerra, guerra a pezzi. C’è stata quella del 1914, con i suoi metodi, poi quella del 1939-45 e adesso questa”. “Non è tanto organica, ma organizzata sì. Ma è guerra. Questo santo sacerdote, morto proprio nel momento in cui offriva la preghiera per la pace. Lui è uno, ma quanti cristiani, quanti innocenti, quanti bambini... Pensiamo alla Nigeria, per esempio. Diciamo: ma quella è l’Africa! È guerra. Noi non abbiamo paura di dire questa verità, il mondo è in guerra perché ha perso la pace” e, ha aggiunto arrivato a Cracovia, “vanno sollecitate collaborazioni e sinergie a livello internazionale al fine di trovare soluzioni ai conflitti e alle guerre”.
Francesco ha quindi rivolto un pensiero ai giovani della Gmg. “La gioventù sempre ci dice speranza. Speriamo che i giovani ci dicano qualcosa che sia un po’ più di speranza in questo momento”.
Al suo arrivo a Cracovia, all’aeroporto internazionale “Giovanni Paolo II” di Balice-Kraków, il Papa è stato accolto dal presidente della Repubblica, Andrzej Duda, e dall’arcivescovo di Cracovia, card. Stanisław Dziwisz, storico segretario di papa Wojtyla.
Subito dopo l’arrivo e la cerimonia di accoglienza, papa Francesco si è recato al Wawel, lo storico castello che domina Cracovia, dove ci sono stati prima l’incontro con le autorità, la società civile e i membri del corpo diplomatico accreditato in Polonia, nel cortile, poi, nella Sala degli uccelli, la visita di cortesia al Presidente della Repubblica e infine, nella cattedrale dei santi Stanislao e Venceslao, i vescovi.
Nell’unico discorso pubblico di oggi, nel cortile del Wawel, Francesco ha detto che servono “disponibilità ad accogliere quanti fuggono dalle guerre e dalla fame” e “solidarietà verso coloro che sono privati dei loro fondamentali diritti, tra i quali quello di professare in libertà e sicurezza la propria fede”. Arrivato nel pomeriggio in Polonia, a Cracovia, dove da domani prenderà parte alla 31ma Giornata mondiale della gioventù, papa Francesco nel suo primo discorso davanti alle autorità del Paese ha sostenuto la necessità di affrontare le sfide poste dal tempo con “il coraggio della verità e un costante impegno etico”, in modo che sia sempre rispettata la dignità umana è un principio che coinvolge ogni attività umana, compreso “gestire il complesso fenomeno migratorio”.
“Quest’ultimo richiede un supplemento di saggezza e di misericordia, per superare le paure e realizzare il maggior bene. Occorre individuare le cause dell’emigrazione dalla Polonia, facilitando quanti vogliono ritornare. Al tempo stesso, occorre la disponibilità ad accogliere quanti fuggono dalle guerre e dalla fame; la solidarietà verso coloro che sono privati dei loro fondamentali diritti, tra i quali quello di professare in libertà e sicurezza la propria fede. Nello stesso tempo vanno sollecitate collaborazioni e sinergie a livello internazionale al fine di trovare soluzioni ai conflitti e alle guerre, che costringono tante persone a lasciare le loro case e la loro patria. Si tratta così di fare il possibile per alleviare le loro sofferenze, senza stancarsi di operare con intelligenza e continuità per la giustizia e la pace, testimoniando nei fatti i valori umani e cristiani”.
Nel suo discorso il Papa ha anche affermato che “la coscienza dell’identità, libera da complessi di superiorità, è indispensabile per organizzare una comunità nazionale sulla base del suo patrimonio umano, sociale, politico, economico e religioso, per ispirare la società e la cultura, mantenendole fedeli alla tradizione e al tempo stesso aperte al rinnovamento e al futuro. In questa prospettiva avete da poco celebrato il 1050° anniversario del Battesimo della Polonia. E’ stato certamente un forte momento di unità nazionale, che ha confermato come la concordia, pur nella diversità delle opinioni, sia la strada sicura per raggiungere il bene comune dell’intero popolo polacco”.
“Anche la proficua cooperazione nell’ambito internazionale e la reciproca considerazione maturano mediante la coscienza e il rispetto dell’identità propria e altrui. Non può esistere dialogo se ciascuno non parte dalla propria identità. Nella vita quotidiana di ogni individuo, come di ogni società, vi sono però due tipi di memoria: buona e cattiva, positiva e negativa. La memoria buona è quella che la Bibbia ci mostra nel Magnificat, il cantico di Maria, che loda il Signore e la sua opera di salvezza. La memoria negativa è invece quella che tiene lo sguardo della mente e del cuore ossessivamente fissato sul male, anzitutto su quello commesso dagli altri. Guardando alla vostra storia recente, ringrazio Dio perché avete saputo far prevalere la memoria buona: ad esempio, celebrando i 50 anni del perdono reciprocamente offerto e ricevuto tra gli episcopati polacco e tedesco, dopo la seconda guerra mondiale. L’iniziativa, che ha coinvolto inizialmente le comunità ecclesiali, ha innescato anche un processo sociale, politico, culturale e religioso irreversibile, cambiando la storia dei rapporti tra i due popoli. A questo proposito, ricordiamo anche la Dichiarazione congiunta tra la Chiesa cattolica di Polonia e quella ortodossa di Mosca: un atto che ha avviato un processo di avvicinamento e fraternità non solo tra le due Chiese, ma anche tra i due popoli. Così la nobile nazione polacca mostra come si può far crescere la memoria buona e lasciar cadere quella cattiva. Per questo si richiede una salda speranza e fiducia in Colui che guida i destini dei popoli, apre porte chiuse, trasforma le difficoltà in opportunità e crea nuovi scenari laddove sembrava impossibile”.

martedì 7 giugno 2016

Muhammad Ali

"La vita è breve, e diventiamo vecchi velocemente. Non ha senso sprecare tempo odiando le persone".  
"Life is short, and we get old quickly. It makes no sense to waste time hating people."

 
"La mia coscienza non mi permette di andare a sparare a mio fratello o a qualche altra persona con la pelle più scura, o a gente povera e affamata nel fango per la grande e potente America. E sparargli per cosa? Non mi hanno mai chiamato ‘negro’, non mi hanno mai linciato, non mi hanno mai attaccato con i cani, non mi hanno mai privato della mia nazionalità, stuprato o ucciso mia madre e mio padre. Sparargli per cosa? Come posso sparare a quelle povere persone? Allora portatemi in galera. Siete voi il mio nemico, il mio nemico è la gente bianca, non i Vietcong i cinesi o i giapponesi."
"My conscience does not allow me to go shoot my brother or some other person with darker skin, or poor and hungry people in the mud for the great and powerful America. And shoot him for what? They have not called me 'negro', they do not have me lynched, they not have attacked me with the dogs, they not have deprived me of my nationality, raped and killed my mother and my father. Shoot at them for what? How I can shoot those poor people? Then take me to jail. Are you my enemy, my enemy is white people, not the Vietcong the Chinese or the Japanese."

venerdì 1 aprile 2016

On the border of Romania and of humanity

Ai confini della Romania e dell'umanità

Aici articol în limba română

“A pelato di merda!”, mi urla un ragazzino grassoccio che avrà circa dodici anni. Sono a Craica, all’estrema periferia di Baia Mare, in Romania. Ai lati del binario di una ferrovia dismessa sono state costruite un’ottantina di baracche. È sempre la stessa storia: adulti con tanti bambini e bambini con altri bambini.
Il ragazzino che mi ha insultato è rom. Sto portando qualche paio di stivali di gomma ad alcuni dei bambini che vivono in condizioni terribili in una baracca che avevo visitato il giorno prima. Mi sembra illogico. Sono talmente tante le cose che mancano o non funzionano che l’idea che 15 ragazzi con le scarpe possano fare la differenza suona ridicola.
La sera prima ero stato anche a Pirita, una discarica di scarti di lavorazione di una miniera (dove ci sono altri insediamenti informali abitati dai rom). Sono rimasto impantanato con la macchina nel fango. La situazione è terribile. Ho visto centinaia di persone che vivono in un incubo: la zona ricorda i campi profughi che ho visitato l’anno scorso in Libano. The situation is terrible. I have seen hundreds of people living in a nightmare: the area is reminiscent of the refugee camps that I visited last year in Lebanon.
Qui, però, la povertà fa ancora più impressione. Una famiglia con sette figli e un ottavo in arrivo si stava costruendo una baracca. Tre dei bambini non avevano le scarpe ed erano sporchi da far spavento. Due non avevano nemmeno i pantaloni.
In tutto il campo c’è solo una fonte d’acqua. Il padre aveva 31 anni ma ne dimostrava cinquanta. La madre ne aveva 26, e anche lei ne dimostrava almeno venti di più. Probabilmente all’ultimo mese di gravidanza, la donna stava battendo dei chiodi cercando di attaccare dei pezzi di legno. Nella baracca c’era un letto grande poggiato su alcuni sassi: quando piove ci sono dieci centimetri d’acqua per terra. E c’era anche una stufa in cui la famiglia brucia qualsiasi cosa purché faccia calore. Nient’altro. Il tutto in nove metri quadrati al massimo. Ho parlato con la gente. Solo rabbia, a Pirita come a Craica.
Cosa può cambiare una visita del genere? Me lo chiedo mentre faccio indossare un paio di stivali a una bambina che ha i piedi zuppi d’acqua
I quindici bambini di Pirita a cui ho portato gli stivali hanno i piedi coperti e stamattina hanno mangiato aI have also visited the buildings of the ghetto of Baia Mare neighborhood. Waste everywhere. Drugs and prostitution. La situazione non è così grave come nel ghetto di Ferentari, a Bucarest, ma è molto probabile che tra qualche anno diventi addirittura peggiore.
sufficienza. Ma altri cento bambini del campo non sono stati così fortunati. Ho visitato anche i palazzi del quartiere ghetto di Baia Mare. Rifiuti dappertutto. Droga e prostituzione.
Cosa sto cercando in un posto del genere? Perché sto perdendo tempo a osservare cose che la maggior parte dei romeni non ha né visto né immagina che esistano? Cosa può cambiare una visita del genere? Me lo chiedo mentre faccio indossare un paio di stivali misura 23 a una bambina che ha i piedi zuppi d’acqua e coperti di fango.
Mi prendo un altro insulto. Non ho stivali per tutti gli adulti che ne hanno bisogno o che pensano di averne diritto. Parlo con loro. Così come faccio a Ferentari e in altri posti del genere.
Un uomo anziano urla qualcosa in romanì a un gruppetto che fa casino. Gli dico, sempre in romanì, che anche io sono rom e che lo ringrazio. L’uomo rimane sorpreso, come le persone intorno a lui. Poi si rivolge a me cercando di giustificare la villania degli altri. Alcuni sembrano ascoltarlo, altri se ne vanno brontolando. Uno di loro mi insulta ancora, sempre in romanì. È un ragazzo, padre di due figli. Ma non ho più stivali da dargli.

Lo stato non esiste

Per loro rappresento lo stato romeno. Uno stato che merita di essere insultato perché permette l’esistenza di luoghi come questi. Sono il dignitario di uno stato che - è evidente - ha fallito, tollerando ghetti come questo. To them I represent the Romanian state. A state that deserves to be insulted because it allows the existence of places like these. I am the dignitary of a state that - it is evident - has failed, tolerating ghettos like this. Sono consapevole che nel tempo del mio incarico non potrò cambiare granché a Craica o a Pirita. E so che anche se avessi un mandato più ampio non potrei comunque fare molto. Per trasformare davvero le cose c’è bisogno di tempo e di pazienza. Tuttavia esiste la possibilità che la mia visita cambi qualcosa. A Pirita e a Craica sono stato accompagnato da persone meravigliose. Sono convinto che torneranno nel campo e che porteranno a scuola altri bambini, ragazze e ragazzi i cui genitori non sanno cosa significhi essere responsabili. Oppure non lo sono affatto. C’è la possibilità che in futuro alcuni di questi bambini possano beneficiare delle misure che abbiamo inserito o che inseriremo nel piano anti povertà del governo.
Rispetto a questi problemi 15 paia di stivali di gomma non sono nulla. Proteggeranno solo 15 bambini dai tagli ai piedi e dall’umidità per qualche mese.

Ospiti inattesi

Mi telefona mio figlio. Ha i pidocchi. C’era da aspettarselo, considerato che passiamo almeno dieci ore a settimana con i bambini di Ferentari. In qualche modo è divertito e si congratula con me per la mia calvizie, che mi protegge dal prurito e dallo shampoo contro i parassiti. Domani torneremo dai bambini del centro d’accoglienza di Bucarest. Oggi stanno meglio di qualche anno fa. E rispetto agli altri ragazzini del quartiere hanno qualche possibilità in più di vivere una vita quasi normale.
All’improvviso l’insulto del ragazzino di Craica mi sembra molto meno drammatico. La mia calvizie ha anche un lato positivo. A Craica non ho risolto granché ma, per quanto posso, continuerò a provare a fare qualcosa. E sono sicuro che troverò sempre sostegno.

di Valeriu Nicolae

lunedì 8 febbraio 2016

Welcome to hell cambodian

Se vi parlo della Cambogia forse dovrei parlarvi del suo favoloso Tempio di Preah Vihear, situato in cima ad un'altura di 525 metri, sui monti Dângrêk. O forse dovrei parlarvi del bellissimo fiume Mekong o della natura ricca e verdeggiante che si trova fuori le città. O magari potrei soffermarmi sulla terribile storia di Pol Pot. Ma non vi parlerò di questo. Vi parlerò di un articolo letto sul Corriere della Sera e di alcuni documentari visti. Che iniziano tutti con la stessa domanda: "La vuoi una bambina di dieci anni? O preferisci il suo fratellino, che di anni ne ha otto?". "You want child a ten year old? Or you would rather his little brother, who has eight year old?".
Eh sì, assieme alla marijuana e all'anfetamina, questo offrono i papponi agli occidentali che scendono negli alberghi da due soldi attorno al lago Bung Kak di Phnom Penh. Anche l'autista di tuk-tuk propone creature di cui abusare: "Conosco un bordello pieno di ragazzine. Costano care, però. Almeno venti dollari".
Le bambine vendute ai bordelli a volte hanno solo cinque anni. Almeno un terzo delle prostitute cambogiane è minorenne. The girls are sold to brothels sometimes have only five years old. At least a third of Cambodian prostitutes are minors.
Gli orchi sono spesso europei, australiani, statunitensi e giapponesi. Orcs are often European, Australian, US and Japanese. Sì, anche italiani. Ma ci sono altri mostri, più insidiosi, perché si confondono tra i cambogiani, quindi più difficili da intercettare. Sono quei pedofili, numerosissimi, che arrivano da Taipei, Hong-Kong, Pechino. Ci sono asiatici che festeggiano la firma d'un contratto comprandosi una vergine cambogiana. There are Asian celebrating the signing of a contract by buying a Cambodian virgin.
Spesso sono le famiglie stesse a fornire loro le bimbe. Bimbe che, quando tornano a casa dopo aver trascorso un paio di notti con il loro stupratore, sono prese a sassate dagli uomini del villaggio, perché considerate srey kouc,
anime rotte. Perciò, dopo che una madre ha venduto la verginità di una bimba di 10 anni per 500 dollari, la piccola finisce in un bordello.
La nuova maledizione poi del porto di Sihanoukville è la yahma, così viene chiamata una micidiale metanfetamina fabbricata in Thailandia, di cui ne fa uso l'80 % delle prostitute cambogiane. La vecchia, ma sempre attuale, maledizione del luogo sono i pedofili occidentali, che qui addescano le loro prede sulla spiaggia; il 65% sono maschietti dagli otto ai quindici anni.
E il governo cambogiano? E la polizia del luogo? Certo, qualcosa si sta muovendo in questi anni, ma la strada è ancora desolatamente lunga e ricca d'ostacoli; perchè, in fondo, il turismo sessuale porta soldi, e questi per alcuni possono essere più importanti della vita di un bambino.
Questo è l'inferno cambogiano, un inferno sceso in terra, dove padri esemplari di famiglia, gran lavoratori, di quelli che portano i figli alle partite, di quelli che fanno regali, mostrano la loro vera faccia da demoni.

 http://video.repubblica.it/mondo-solidale/parlando-con-gli-alberi-il-film-sulla-prostituzione-minorile/129560/128063

lunedì 30 novembre 2015

TOKYO Vice - on the streets of Japan obscure

Meeting with Jack Adelstein, American journalist and writer author of Tokyo Vice, startling report on the Japanese Yakuza and now, he threatened with death, he lives with his armed escort.
Incontro con Jack Adelstein, giornalista e scrittore americano autore di Tokyo Vice, impressionante reportage sulla Yakuza giapponese e che oggi, minacciato di morte, vive sotto scorta.
di Junko Terao

TOKYO
They arrived at night, in the dark, with tattooed arms hidden and gloves to hide the missing fingers. The first aid, a few hours after the tsunami that on March 11 devastated the northeast coast of Japan, brought them the men of the yakuza.
Sono arrivati di notte, con il buio, le braccia tatuate coperte e i guanti a nascondere le dita mancanti, per non dare nell’occhio.  I primi soccorsi, poche ore dopo lo tsunami che l’11 marzo ha devastato la costa nordorientale del Giappone日本, li hanno portati gli uomini della yakuza ヤクザ. Decine di camion carichi di medicine, coperte, cibo, acqua potabile e torce elettriche sono partiti da Tokyo diretti nel Tohoku. Non solo. Nei dieci giorni successivi alla catastrofe, a mantenere l’ordine nei rifugi allestiti per i sopravvissuti c’erano più gangster che poliziotti. Pare che per scoraggiare gli sciacalli sia più efficace un tatuaggio in bella mostra che una divisa con distintivo. Come e perchè i gruppi che controllano il crimine organizzato si siano dati tanto da fare ce lo spiega Jake Adelstein, giornalista diventato suoi malgrado un esperto di yakuza, paladino (come recita la sua firma) e autore di Tokyo Vice, uscito in Italia per Einaudi Stile Libero (466 pp.)
"I vari gruppi, ce ne sono 22 riconosciuti, si presentano come associazioni benefiche e seguono un codice d’onore che ha come principio di base l’assistenza ai più deboli. Chiaramente non c’è solo una spinta filantropica dietro la mobilitazione seguita allo tsunami, ma posso assicurare che il codice d’onore é rispettato dalla maggior parte degli yakuza. La criminalità organizzata ha una storia di soccorsi post-catastrofe alle spalle: la prima volta è intervenuta nel 1964, dopo il terremoto Niigata, poi nel 1995 a Kobe - dove peraltro la sede della Yamaguchi-gumi, che con 40mila uomini é il gruppo più numeroso di yakuza, occupa un intero quartiere". A picture of a big operation, no doubt, especially useful to secure a slice of the reconstruction, as the building and the industry in which the yakuza has become so powerful after the war, when there was a whole country to be rebuilt.
A una grande operazione d’immagine, non c’è dubbio, utile soprattutto ad assicurarsi una fetta della ricostruzione, dato che l’edilizia e il settore con cui la yakuza ヤクザ è diventata cosi potente nel dopoguerra, quando c’era un intero paese da rimettere in piedi. Oltre a fornire i soccorsi, infatti, pare che gli yakuza ヤクザ si siano presentati puntuali con i mezzi necessari a rimuovere i detriti delle città distrutte dall’onda. Da li, allungare le mani sulla cuccagna di appalti è questione di poco. Cosi è successo in passato e cosi sta accadendo nel Tohoku, come ha rivelato un inchiesta di giugno del settimanale Sentaku: l’urgenza di ridare le case agli sfollati farà chiudere un occhio a chi, in teoria, dovrebbe vigilare sull’assegnazione degli appalti. 

Abbiamo incontrato Jake Adelstein a Tokyo 東京 in un tranquillo quartiere residenziale, nella casa da dove fa la spola con gli Stati Uniti. Dal 2005 la sua famiglia, moglie giapponese e due figli, vive li per ragioni di sicurezza "Farli restare sarebbe stato troppo pericoloso" spiega lui, che dal 2008 vive protetto dalla polizia e quando è in Giappone 日本 è scortato da una guardia del corpo, un ex boss della yazuka senza un mignolo. La storia di come é arrivato a questo punto la racconta in Tokio Vice, un po’ autobiografia, un po’ romanzo hardboiled, che svela i retroscena del giornalismo investigativo in Giappone 日本 ma, soprattutto, un tuffo nell’underworld del Sol Levante, “per vedere cosa c’é davvero sotto la superfice di una società apparentemente pacifica e tranquilla”. In quel mondo buio, violento, che puzza di alcool e fumo, tra ragazze vendute, stuprate e morte ammazzate, strozzini, personaggi scomodi ‘suicidati’ e detective insonni, Adelstein ha vissuto per dodici anni, dal 1993 al 2005, come reporter dello Yomiuri Shimbun, il quotidiano più letto nel paese, primo giornalista straniero ad entrare nel gotha dell’informazione nipponica. "Per mia fortuna sono Stato subito assegnato alla sezione di polizia che seguiva i crimini legati alla yakuza", racconta Adelstein. Allora, però, non immaginava il peso che la mala giapponese avrebbe avuto nella sua vita. Allora non aveva ancora idea di chi fosse Tadamasa Goto 後藤 忠政.
"Poco prima dl lasciare lo Yomiuri, nel 2005, stavo lavorando a una storia davvero grossa: avevo saputo che quattro anni prima il Capo della Goto-gumi, la più pericolosa delle affiliate alla Yamaguchi-gumi, era volato negli Stati Uniti e aveva avuto un trapianto di fegato al Centro tumori della Ucla. Non ho mai scoperto davvero come ha fatto, ma è passato dall’ 85mo al primo posto della lista, ottenendo un fegato nuovo in sei settimane, quando normalmente ci vogliono almeno tre anni. La Ucla si è giustificata dicendo che il fegato era “scadente”. Penso che li qualcuno sia diventato molto ricco organizzando tutta l’operazione. Più tardi ho scoperto che tra il 2000 e il 2004 altri quattro yakuza hanno subito trapianti nello stesso ospedale, e hanno pagato in contanti. L’ Fbi gli ha procurato il visto in cambio di informazioni sulla Yamaguchi-gumi e sulle sue ‘front company’ negli Stati Uniti. Li la Yakuza ha molti interessi e molti soldi nelle banche americane. So che Goto, però, una volta avuto il fegato, ha fornito solo un quinto dei nomi promessi all’Fbi".
Doveva essere la sua ultima inchiesta, la sua “tesi di laurea” per chiudere in bellezza un’esperienza eccitante quanto dura e sfiancante. Invece un giorno riceve la visita di un uomo di Goto con un messaggio chiaro, che lascia poca scelta: o tu cancelli la storia, o noi cancelliamo te e la tua famiglia. Quella di non scrivere più sui giornali giapponesi, se non sotto pseudonimo, è stata, quindi una scelta obbligata. Ma Adelstein ha continuato a occuparsi di yakuza ヤクザ, scrivendone sulla stampa americana e registrando negli ultimi tempi il diverso atteggiamento delle autorità verso la criminalità organizzata."Qualcosa sta cambiando. La yakuza è sempre stata considerata un male necessario, il prezzo da pagare per tenere pulite le strade. Fino a poco tempo, fa tra la polizia e la criminalità organizzata spesso c’è stato un rapporto di collaborazione. Per questo in Giappone non esiste una legge contro il crimine organizzato, nessun governo liberaldemocratico ha mai avuto interesse a farla. Addirittura in passato ci sono stati casi di membri della yakuza entrati in politica: Hamada Koichi, per esempio, prima di diventare senatore era stato nella Inagawakai, il terzo gruppo del paese per numero di affiliati. O il nonno dell’ex premier Junichiro Koizumi, un ex gangster noto come il “ministro tatuato”. Nemmeno il Partito democratico, al potere dal 2008, ha inserito la lotta contro la criminalità organizzata nel suo programma politico. E non e un caso. Nel 2007 i democratici hanno fatto un patto con la Yamaguchi-gumi: la più grande famiglia di yakuza avrebbe garantito il suo sostegno, e in cambio i democratici avrebbero lasciato qualsiasi progetto di legge contro il crimine organizzato in soffitta. E cosi è stato". In effetti, finora a Tokyo 東京 , dove si è appena insediato il sesto primo ministro in cinque anni, non si é parlato di legge anti-yakuza. "Con una legge ad hoc puoi arrestare i capi di un organizzazione per i crimini commessi dai loro sottoposti. In Giappone, invece, se un “soldato semplice” commette un omicidio, la catena di responsabilità si ferma li. Viene processato, il gruppo a cui appartiene gli fornisce un avvocato, finisce in prigione ma sa che nel frattempo la “famiglia” provvederà a mantenere moglie e figli e che quando uscirà verrà ricompensato a dovere. Non essendoci programmi di protezione dei testimoni o una legge sui pentiti mancano gli incentivi a collaborate con la giustizia".
Qualcosa però ultimamente è cambiato. "Dato che la yakuza non è considerata fuori legge, la polizia cerca almeno di renderle la vita difficile. L’attuale capo dell’Agenzia nazionale di polizia dal 2010 ha fatto adottare alle singole prefetture (regioni) delle clausole da inserire in ogni genere di contratto - dall’apertura di un conto in banca a un contratto d’affitto, ai contratti nell’edilizia - che bandiscono ogni legame con il crimine organizzato. Se un costruttore si rivolge a ditte gestite dalla yakuza - molti se ne servono per sgomberare, con minacce e altri mezzi poco ortodossi, gli edifici sul terreni a cui sono interessati - lui non può essere arrestato, perché pagare la yakuza per fare un lavoro non è illegale, ma il suo nome viene reso pubblico, il che implica un azzeramento degli affari e una condanna alla bancarotta. E’ successo alla Suruga Corporation, una grossa azienda di costruzioni e vendita di immobili. Nel 2008 aveva pagato 50 milioni di dollari a una ditta di facciata della Goto-gumi, proprio per un servizio di sgombero. Hanno arrestato qualche uomo del gruppo ma non il proprietario dell’azienda, che però é fallita dopo che la vicenda é venuta a galla. Un altro esempio: se chi apre un conto in banca non dichiara subito di avere legami con la yakuza quando firma il contratto, in seguito può essere perseguito per frode. Queste misure cercano di supplire alla mancanza di una legge anticrimine e credo che qualche effetto avranno. Anche perché le aziende avranno sempre meno denaro a disposizione, e ricorrere ai servizi forniti dalla yakuza sarà sempre meno conveniente". Come mai proprio adesso questo giro di vite? "Perché si è rotto un equilibrio. Finora il tacito accordo tra autorità e criminali prevedeva che la yakuza rimanesse nell’ombra. Nell’estate 2010, invece, quando è scoppiato uno scandalo che ha bloccato il campionato di sumo, è successa una cosa inedita: cinquanta membri della Kodokai, un’affiliata della Yamaguchi-gumi particolarmente indomita, hanno sfilato davanti alle telecamere. Una provocazione inaccettabile che si aggiungeva a una serie di altri episodi in cui la Kodokai si era mostrata pronta a combattere. Nel 2007 la polizia aveva fatto irruzione in una sede della Kodokai e i poliziotti avevano trovato le foto dei loro familiari appese alle pareti. Cose di questo genere. Il 30 settembre il Capo dell’Agenzia nazionale di polizia ha radunato tutti i comandanti del paese e ha dato un ordine preciso: distruggere la Kodokai, il passo necessario per attaccare la Yamaguchi-gumi. Lo scandalo del sumo non è scoppiato a caso. Tutti sapevano dei legami tra il sumo e la yakuza, del fatto che i lottatori erano nel giro di scommesse clandestine sulle partite di baseball, ma solo quando la Kodokai ha tirato la corda, la stampa ha scoperto l’acqua calda e ne ha parlato scatenando il putiferio".
L’ultimo scandalo legato alla yakuza ヤクザ è quello che ha travolto Shinsuke Yamada, “il Jay Leno della tv giapponese”, come lo definisce Adelstein, che lo scorso agosto si è dovuto ritirare dalle scene dopo che i suoi rapporti con il crimine organizzato sono diventati di dominio pubblico. Una vicenda che ha messo in evidenza un altro aspetto della ramificazione della yakuza ヤクザ, i cui tentacoli sembrano arrivare ovunque: la sua presenza nell’industria dello spettacolo. Di questa e altre storie Jake Adelstein continua a scrivere su japansubculture.com, una fonte di notizie e aggiornamenti dall’underworld nipponico.
Quanto alla storia che gli ha cambiato la vita, quella di Goto e del suo fegato nuovo, Adelstein alla fine l’ha scritta nel 2008 sul Washington Post. Nel frattempo Goto si è ritirato ed è diventato un monaco buddista. ll che non gli ha impedito di inserire nella sua autobiografia, uscita nella primavera 2010, una minaccia di morte chiaramente diretta a lui. Toshiro Igari, l’avvocato a cui Adelstein ha chiesto aiuto per fare causa all’editore, molto attivo contro il crimine organizzato, è stato trovato morto in una stanza d’albergo a Manila. Per la polizia si è trattato di suicidio, e il caso è stato chiuso.
E’ stato questo l'ultimo episodio di una guerra non ancora finita.

lunedì 12 ottobre 2015

October 12, 1492: the end of the freedom of the natives


"Hanhepi iyuho mi ihanbla ohinni yelo / O sunkmanitutankapi hena, sunkawakanpi watogha hena,  oblaye t'ankapi oihankesni hena / T'at'epi kin asni kiyasni he akatanhanpi iwankal / Oblaye t'anka kin osicesni mitakuyepi òn / Makoce kin wakan, WakanTanka kin òn / Miwicala ohinni - Hanhepi iyuha
kici - Anpetu iyuha kici yelo / Mi yececa hehaka kin yelo, na / ni yececa sunkmanitutankapi / kin ka mikaga wowasaka isom / Uncipi tuweni nitaku keyas ta k'u / Unwakupi e'cela e wiconi wanji unmakainapi ta yelo / Anpetu waste e wan olowan le talowan winyan ta yelo / Unwanagi pi lel e nita it'okab o'ta ye / Untapi it'okab o'ta / Na e kte ena òn hanska ohakap / ni itansni a'u nita ni ihanke yelo"

"I still dream every night / Of them wolves, them mustangs, those endless prairies / The restless winds over mountaintops / The unspoilt frontier of my kith n`kin / The hallowed land of the Great Spirit / I still believe / In every night  / In every day / I am like the caribou / And you like the wolves that make me stronger / We never owed you anything / Our only debt is one life for our Mother / It was a good day to chant this song / For Her / Our spirit was here long before you / Long before us / And long will it be after your pride brings you to your end"


Para muchos fue el 12. Para unos pocos fue el 11. Para otros, aún más revisionistas, fue el 13. Pero la fecha sólo indica una referencia aproximada del inicio o consumación de los hechos históricos. Es definida por un calendario. Gregoriano, juliano, maya, azteca, judío. Un dato poco determinante de los procesos de la historia. Una historia que es conflictiva. Llena de incidentes, contradicciones, opresiones, sangre, muerte y pérdidas. Pérdidas culturales. Pérdidas humanas. Pérdidas sociales, políticas y económicas. Pérdidas.
Con la llegada de la Niña, la Pinta y la Santa María a las Antillas, se iniciará el mayor etnocidio de la historia de la Humanidad. Llegaban los europeos. Hombres blancos, vestidos con finas telas, que hablaban un idioma muy extraño y estaban iluminados por un solo Dios. Eran monoteístas. Una cuestión fundamental de entender para comprender las causas de la matanza indígena. Indios porque pensaron que habían llegado a la India. Nosotros heredamos el vocablo. Lo reproducimos. Casi, inconscientemente. Pero estos indios no eran monoteístas. Adoraban al sol. A la tierra. Tenían sus dioses. Creencias propias que fueron deslegitimadas. Desvalorizadas. Manipuladas, para así efectuar una evangelización más eficaz. El originario se convencía de su nueva creencia. Si no lo lograba, era asesinado. El método de la coerción, violencia y muerte. 
Cristóbal Colón, un navegante genovés, simplemente responsable. Responsable de haber zarpado hacia la India. Responsable de haber creído llegar a tierras indias. Responsable de haber hallado al “Nuevo Mundo”. Nuevo Mundo para ellos. Un territorio nunca antes visto por el ojo europeo. Libre de toda explotación y sumisiones que se establecieron en la posteridad. Con comunidades autogobernadas a miles de kilómetros de los feudos, vasallos y Señores. Un suelo con una incalculable belleza paisajística. Un continente donde abundaban las esmeraldas, los recursos naturales y el tan preciado oro. Una tentación para el hombre blanco. Un valioso brillante tan anhelado por éste, que lo llevó a provocar extensos ríos de sangre para conseguirlo. Oro que formó parte de la primitiva acumulación capitalista necesaria para la Revolución Industrial.
Los indios eran pacifistas. De lo contrario, no hubiesen vuelto los europeos. Los que llegaron, hubieran muerto a manos de estos salvajes. Pero no fue así. Tuvieron oportunidad de sobrevivir. De convertirse en salvajes. Ahora ellos. Verdaderos bárbaros, para luego asesinar al noventa por ciento de la población autóctona. Sólo cincuenta años tardaron. De 110 millones a 11 millones los redujeron. En nombre de Dios, la iglesia y el catolicismo. El Vaticano, el mayor beneficiado de la colonización. Las misiones, evangelización y los Tomás de Torquemada que la formalizaron. Se adoctrinó al resto. Pocos indios que aprendieron a hablar castellano y a alabar al Dios de Occidente. Pocos que sobrevivieron. Oprimidos, hasta morir. Negados de su cultura. Violados por una cultura superior, cuya superioridad yacía en las reglas que imponían. Normas, nuevas creencias y civilización. Uso al extremo del racismo. Una noción corrompida por el interés mercantil. Porque si de razas hablamos, la verdad es que sólo existe una. La raza humana. La única que representa al Ser Humano. En el Viejo continente, en la India a la que no se llegó y aquí. Hace siglos, hoy y siempre.
Parecían dioses los foráneos. Llegaban en grandes construcciones a base madera, nunca antes vistas por estos pagos. Trajeron técnicas, alimentos, creencias y enfermedades, como la viruela. Cosas que ya habían. Pero distintas. Por eso comenzó la conquista. Por el choque de culturas. Lógicamente diferenciadas, complejas y a las que se defendieron con la vida. Porque se resistió a la usurpación de tierras. Se resistió con todas las fuerzas a la negación de la identidad como pueblos con existencia propia. No americana. Originaria. Pero no pudieron impedir la destrucción, casi por completo, de sus raíces, sus saberes, su descendencia, su intuición. Perdieron hombres, mujeres, niños, viejos y sabios, por cantidades superlativas. La medicina natural, la relación y el entendimiento con la naturaleza, fueron avasallados. No hubo opción de convivencia ni de mutuo acuerdo. Se procedió de una manera irracional. Inhumana. Que no tendrá olvido ni perdón.
Velázquez por la hoy isla de Cuba. Cortés por México, donde se encontraban los Aztecas. Pizarro por Perú, donde habitaban los Incas. Grandes conquistadores, etnocidas y ejecutantes de las políticas de la Corona española. Políticas que llevaron a destruir civilizaciones enteras. Civilizaciones que ya existían en nuestra tierra, desde hacía siglos. Habían desarrollado sistemas de comercio, escritura, ciencias, arte, agricultura. Practicaban su cultura, su cotidianeidad, sus propias desigualdades sociales y económicas. De ellas, las grandes civilizaciones precolombinas, hoy sólo nos quedan ruinas, pintadas rupestres, y las invaluables leyendas que se transmitieron oralmente entre los integrantes del pueblo oriundo de esta tierra.
La resistencia indígena a la conquista permitió la conservación de algunas culturas originarias. No todo se perdió en el etnocidio del siglo XVI. Durante estos cinco siglos, los pueblos originarios convivieron con la sociedad europeizada de Latinoamérica. Algunos interrelacionados, otros con poca comunicación e intercambio cultural con ella. En la actualidad luchan por mantener y enseñar a sus hijos esa esencia autóctona que aun poseen, y que se encuentra en peligro de extinción. Ellos, que son más dueños de la tierra que la sociedad que vive en ella. Los pueblos originarios que alzan su voz ante las injusticias, el etnocentrismo, el robo de sus posesiones y los genocidios que todavía soportan en sus espaldas.Mapuches en la Patagonia y sur de Chile. Qopiwini en Argentina. Originarios de Bolivia, Perú y los comunitarios autogobernados de los montes mexicanos. Pueblos indígenas del Amazonas, Colombia y Venezuela. Pueblos de Centroamérica. Discriminados por cada uno de los Estados, reprimidos por cada uno de sus brazos armados. Por defender a la madre tierra, a la Pachachamama. Por intentar determinar su porvenir. Por exigir lo que les pertenecen. Hoy los pueblos originarios ocupan el último escalón social de las prioridades del Estado y la sociedad capitalistas. Es nuestra mayor responsabilidad promover el cambio, que no vendrá desde arriba, sino deberá ser construido desde abajo, y en sintonía con la devolución de la libertad a nuestros pueblos originarios. Una libertad que hasta el 11 de octubre de 1492 supieron poseer.

sabato 13 giugno 2015

Pandillas

L'abbandono delle periferie, la non integrazione dovuta anche ai tagli terribili abbattutisi sulla scuola pubblica, l'assenza di spazi sociali e culturali che, anzi, finiscono nel mirino del Comune, il totale non-investimento in queste realtà... dove poi diventa facile abbandonarsi alla delinquenza, e dove giovani vite vengono segnate per sempre... come in quelle canzoni di Tupac e di Eminem... forse la 8 Mile e il Bronx non sono poi così distanti...

Gruppi che si muovono silenziosi e rumorosi al contempo, nelle periferie, lontani dai centri più “in” di Milano. Sono in banda, sono tanti, sono giovani e giovanissimi. I giornali ne parlano poco, ancor meno le tv. Eppure chi abita dove loro si ritrovano, dove loro agiscono, sanno bene che non sono fantasmi né leggende metropolitane, ma sono una costante assai presente. Lorenteggio, Giambellino, Crescensago, Stazione Lambrate, Stazione Centrale: sono solo alcuni dei luoghi da loro più frequentati. I nomi delle loro bande evocano film, evocano una realtà che è ben presente in centro e sud america ed anche negli States. Ma oggi sono anche qui, in Italia, specialmente a Milano, Genova e Roma, a fare banda, a scatenare guerriglia quando ne sentono il bisogno, quando l’onore viene offuscato e deriso. Perché così si comporta una banda, perché così fanno in ogni parte del mondo ove sono presenti, perché questo è il codice da seguire. I nomi che rieccheggiano nelle periferie metropolitane di Milano, nella notte, sono famosi: Latin Kings, Comando, Chicago, Maras 18, Mara Salvatrucha 13, Soldao Latinos, Vatos Locos, Neta e i nuovi entrati Trinitaria e New York. Le origini affondano radici in Ecuador, in El Salvador, in Perù, in Uruguay, a Portorico, nelle comunità centro e sud americane presenti negli USA. Oggi sono qui anche da noi e di solito non fanno molto notizia, sia perché operano nelle periferie più ghettizzate sia perché gli scontri, i pestaggi, le botte, avvengono quasi sempre fra di loro, senza coinvolgere gente comune. Certo, poi ci sono gli “errori”, come qualche mese fa, quando il gruppo MS 13 scambiò un normalissimo ragazzo sudamericano per un appartenente alla Maras 18, e lo pestarono ferocemente fino a causargli la perdita di un occhio…
Ma chi sono i componenti di queste pandillas? Molti sono i sudamericani, la maggioranza nati in Italia, seguiti da italiani e africani. Praticano forme di racket, atti vandalici, pestaggi, furti e rapine. Hanno una chiara gerarchia al loro interno, hanno un’identità comune, sfoggiano loro codici, loro colori nel vestiario, loro tatuaggi, marcano un territorio. Girando sulle metro di Milano non si possono non vedere. Musica rap, casse di birra su casse di birra, bombolette spry, vestiti hip-hop, bandane con i colori d’appartenenza. Si formano nei quartieri dormitorio, nelle periferie più buie, a scuola, provengono quasi tutti da situazioni di degrado, da famiglie problematiche, da quartieri difficili, da solitudini profonde. Emergono così facendo gruppo, facendo spalla contro spalla, si sentono realizzati, si sentono riconosciuti, si sentono forti all’interno della banda, non di rado sentono nella pandillas quella famiglia che non hanno mai avuto o che hanno avuto sfasciata. Ma c'è di più: questi giovani, sulla scia del linguaggio universale che propone la loro musica, il reaggeton, diffondono e credono in valori come giustizia, fratellanza, pace e amicizia. Combattono il razzismo che essi stessi subiscono.
Gruppi di certo complessi, oscillanti fra legalità e illegalità, giustizia e criminalità.
Andate, andate a fare un giro a Milano, in quella Milano che non è boutique firmate, che non è arte, che non è turismo. Venite tra i palazzoni di cemento gli uni vicino agli altri, venite all’ultima fermata della metro e del bus, venite nei quartieri duri lasciati al loro degrado. Lì troverete tutte queste pandillas, quiete nel loro caos giornaliero. E sperate solo che un giorno non decidano di dichiarare guerriglia verso il centro, verso il vostro quartire per bene, perché la battaglia sarebbe cruenta.