giovedì 2 novembre 2017

Con Maduro, con il Venezuela

Sequestrati 2 miliardi e 300 milioni di bolivares alla frontiera con la Colombia che alimentavano il contrabbando di valuta per impoverire il Venezuela di banconote.
Incautaron 2 mil millones y 300 millones de bolívares en la frontera con Colombia, lo que alimentó el contrabando de divisas para impedir los billetes de Venezuela.
Arrestati anche 11 alti dirigenti della industria del petrolio statale PDVSA, trafugavano 15 mila barili di petrolio al giorno.
El fiscal general de la República Tarek William Saab informó este jueves que en las últimas horas han sido aprehendidas 11 personas involucradas con el desfalco a la Faja Petrolífera del Orinoco.
La lotta contro infiltrati, speculatori e corrotti ha preso vigore dopo la fuga all'estero della procuratrice Ortega; lei afferma di essere una perseguitata politica, ma sui conti alle Bahamas con 6 milioni di dollari, finora non ha fornito spiegazioni.

http://www.laiguana.tv/articulos/72376-saab-prehendidas-11-personas-desfalca-faja-petrolifera-orinoco

https://www.conelmazodando.com.ve/2-300-millones-de-bs-de-billetes-nuevos-incautados-por-ceofanb-en-la-frontera/


lunedì 21 agosto 2017

Venezuela - il coraggio del popolo chavista

Gli USA hanno lanciato una feroce guerra non convenzionale contro i governi rivoluzionari e progressisti ed i movimenti popolari della nuestra America.
The US has launched a fierce unconventional war against the revolutionary and progressive governments and the popular movements of our America.
La vecchia dottrina militare del Pentagono anche conosciuta come guerra di quarta generazione, si è nutrita e sviluppata con le recenti esperienze come le "rivoluzioni colorate" e la "primavera araba". L'obiettivo principale dell'attacco è il Venezuela bolivariano, contro cui l'Impero, ed i governanti della regione che lo servono, scatenano la loro furia e frustrazione.
Dopo un'offensiva di mesi per rovesciare il governo del presidente Nicolás Maduro, Trump ha dichiarato che "non esclude l'opzione militare" in Venezuela in mezzo a bravate contro la Corea del Nord e aver attizzato un grave conflitto internazionale. Grazie al raptus bellicista del magnate, i governi che lo accompagnano nella crociata anti-venezuelana, si sono visti costretti a rifiutare una soluzione militare e a ribadirlo durante il tour del vice presidente Mike Pence per la regione. Diretto a chiudere l'assedio contro la patria di Bolivar, Pence ha dovuto dedicarlo, in parte, al controllo dei danni dopo l'allarme originato dall'avventurosa dichiarazione del suo capo. Benché con tre giorni di ritardo, persino i controrivoluzionari della MUD hanno dovuto rilasciare una risibile condanna.

Maduro, buon conoscitore della prepotenza dell'impero, ha risposto con fermezza e con una gigantesca marcia chavista per la pace e con la realizzazione un'esercitazione civico-militare armata in tutte le zone di difesa integrale per il 26 ed 27 luglio. Il Venezuela ha centinaia di migliaia di combattivi miliziani volontari, oltre alla ben addestrate ed armate unità regolari.
Il chavismo ha sconfitto in due decenni, uno dopo l'altro, tutti i tentativi di porre fine alla sua esperienza di trasformazione, liberazione nazionale e sociale e d'impulso alla unità ed integrazione latino-caraibica.
Chavism defeated in two decades, one after the other, all attempts to end its experience of transformation, national and social liberation, and impetus to unity and Latin-Caribbean integration. 
Una delle più creative e rivoluzionarie che ci siano state nel mondo. La pace ed il rispetto della democrazia partecipativa e protagonista è parte fondamentale della sua filosofia. Voti sì, proiettili no, il suo slogan.
Il più recente sforzo di destabilizzazione della destra interna è inquadrato nell'Operation Freedom 2 Venezuela del Comando Sud delle forze armate yankee.

Dopo quattro mesi di violenza fascista, dando fuoco a 29 persone, di cui 9 sono morte; all'ossessivo incendio di ospedali ed asili, magazzini alimentari e di medicine, beni pubblici, uffici governativi e centinaia di
negozi privati, la destra ha subito una grave sconfitta con le elezioni per l'Assemblea Nazionale Costituente ed i decreti che questa già emette. Ottenendo più di otto milioni di voti il chavismo è stato molto vicino a raggiungere la sua massima votazione storica e l'opposizione è rimasta demoralizzata.
Al punto che, senza soluzione di continuità, è passata dalla violenza fascista e  dall'affermare che non avrebbe lasciato le strade "sino all'abbandono di Maduro" ad iscrivere, in tutta fretta, 196 candidati per le elezioni regionali.
La destra è antidemocratica per natura, ma nella sua strategia si appella soprattutto al golpismo senza lasciare il percorso elettorale.
The right is undemocratic by nature, but in its strategy it is especially appealing to golpismo without leaving the electoral process.
Se perde alle urne, grida alla frode; ma se vince, s'insuperbisce e cerca con tutti i mezzi d'imporre la sua agenda neoliberale subordinata a Washington ed al capitale internazionale.

Con un salto mortale, si volge ora verso le elezioni poiché il chavismo gli ha strappato la strada, da luglio, dove ora è incapace di riunire più di quattro gatti, come si è visto nella famosa "presa del Venezuela" o nell' "ora zero" che si supponeva avesse dovuto soffrire il governo chavista il 30 luglio. Tuttavia l'Operazione David, smantellata dalle forze armate e dai servizi di sicurezza bolivariani dimostra che ci possono essere nuovi  sussulti di violenza disperata.
Per quanto gli USA e le forze del neoliberismo e gli antipatria insistano, su scala internazionale, nel sostenere la controrivoluzione. Per quanto  più che le corporazioni della mafia mediatica continuino spargendo le più assurde e sballate menzogne sulla Rivoluzione Bolivariana. Anche se il capitale finanziario e la destra interna continuano la crudele guerra economica. Niente di tutto questo potrà piegare l'appoggio del popolo venezuelano al suo governo costituzionale. Ed è il decisivo. Il Venezuela, inoltre, non è solo come dimostrano la recente visita a Cuba del presidente Maduro e le crescenti espressioni di solidarietà ricevute da popoli e governi indipendenti.

[di Angel Guerra Cabrera - Cubainformazione]

mercoledì 2 agosto 2017

Today, is the beginning of the end

Oggi, è l'inizio della fine.
Hoy, es el principio de final.

It’s #Overshoot Day - the date when humanity's demand on nature exceeds what Earth can regenerate over the entire year!

Oggi è l’Earth Overshoot Day, il giorno in cui finiscono ufficialmente le risorse terrestri disponibili per l'anno in corso e cominciamo a “campare” sulle spalle delle generazioni future.

Oggi cade Earth Overshoot Day 2017, il "Giorno del sovrasfruttamento della Terra", che rappresenta la data in cui l'umanità ha simbolicamente consumato tutte le risorse terrestri disponibili per l'anno in corso, portando il Pianeta "in deficit".
Da oggi si quindi può davvero parlare di sovraconsumo umano del Pianeta, dato un prelievo superiore a quanto la Terra non riesca naturalmente a rigenerare durante l'anno (la cosiddetta "biocapacità").
In pratica attraverso le pratiche agricole intensive, la pesca eccessiva, la deforestazione, l'eccessivo utilizzo di acqua, l'estrazione di combustibili fossili e le relative emissioni di gas serra, il consumo di suolo per allevamento e attività antropiche,...etc. è come se oggi avessimo finito le risorse che la Terra è in grado di rigenerare nell'intero anno solare, quando invece alla fine del 2017 mancano ancora 5 mesi.
Il consumo umano di risorse naturali avviene oggi con un tasso di prelievo 1,7 volte più veloce rispetto alla capacità naturale degli ecosistemi di auto-rigenerarsi, determinando quindi un teorico momento dell'anno in cui questo prelievo va a superare la biocapacità naturale terrestre: questo è appunto l'Earth Overshoot Day, la cui data nel corso degli anni sta man mano anticipando.
È come se oggi ci servissero 1,7 pianeti per soddisfare il nostro fabbisogno attuale di risorse naturali, una situazione evidentemente simbolica che però rende bene l'idea dell'attuale sovrasfruttamento umano delle risorse del Pianeta: e i costi di questo crescente "squilibrio ecologico" sono sempre più evidenti ed intensi, sotto forma di siccità, scarsità di acqua dolce, erosione del suolo e dissesto idrogeologico, perdita di biodiversità, cambiamento climatico per accumulo di gas serra nell’atmosfera.
Secondo i calcoli del Global Footprint Network, l'Organizzazione di ricerca internazionale che ha strutturato il metodo di misura dell’Impronta Ecologica ("Ecological Footprint") per il calcolo del consumo umano delle risorse naturali, nel 2016 l'Earth Overshoot Day era caduto l’8 agosto, invece nel 2015 era caduto il 13 agosto, nel 2010 il 21 di agosto, nel 2000 era caduto a fine settembre.

sabato 1 luglio 2017

Croazia: difesa di Piazza Tito, difesa dell'antifascismo

Croatia: defense of Tito Square, defense of anti-fascism.



Intellettuali, politici, attivisti e cittadini si sono riuniti in Piazza Maresciallo Tito a Zagabria: per impedirne il cambio di nome, per ribadire i valori dell'antifascismo contro una destra radicale dilagante. Intellectuals, politicians, activists and citizens gathered at Piazza Tus Maresciallo in Zagreb: to prevent the change of name, to reiterate the values of anti-fascism against a racial radical right.

Lo scorso 22 giugno, in occasione del Giorno della lotta antifascista, circa un migliaio di persone si sono radunate in piazza maresciallo Tito nel centro di Zagabria per celebrare questa ricorrenza, ma anche per manifestare il proprio dissenso contro l’ennesimo tentativo di cambiare il nome della piazza.
Così per la prima volta - contemporaneamente alla commemorazione ufficiale che si tiene ogni anno a Brezovica, nei pressi di Sisak, dove il 22 giugno 1941 gli antifascisti croati organizzarono la prima insurrezione armata contro le truppe di occupazione naziste e fasciste - questa ricorrenza è stata celebrata anche nella piazza dedicata al maresciallo Tito.
La manifestazione, che ha visto la partecipazione di numerosi esponenti dell’opposizione e intellettuali croati, è stata organizzata da varie associazioni della società civile in segno di protesta contro la richiesta – avanzata in seno al consiglio comunale di Zagabria da un nuovo partito fondato dal controverso ex ministro della Cultura Zlatko Hasanbegović insieme alla deputata Bruna Esih – di rinominare la piazza intitolata al leader jugoslavo Josip Broz Tito.
Nonostante i pochi seggi aggiudicatisi nell’assemblea cittadina alle recenti elezioni amministrative, i voti del gruppo di Hasanbegović sono essenziali per formare una maggioranza che garantisca al rieletto sindaco Milan Bandić di governare tranquillamente per i prossimi quattro anni.
Hasanbegović e Esih, che rappresentano una forza di estrema destra distaccatasi dal partito al potere (HDZ), hanno costruito la propria campagna per le elezioni amministrative sulla retorica anticomunista, perorando la necessità di rinominare la piazza maresciallo Tito con una delibera del consiglio comunale. Il sindaco Bandić, dal canto suo, resta fermo nella sua intenzione di indire un referendum sulla questione, probabilmente contando sul fatto che alle urne sia improbabile si rechi il 50% più uno degli aventi diritto al voto, necessario affinché il risultato sia considerato valido.
Negli anni, Bandić si è dimostrato molto abile nel combinare il sostegno alle organizzazioni antifasciste con quello alla destra radicale.
Ciò che ha spinto i cittadini a riunirsi in piazza maresciallo Tito è stata proprio la percezione di questa minaccia che incombe sull’intero lascito della lotta antifascista. Una minaccia concretizzatasi nel discorso tenuto da Hasanbegović a Jazovka.
”Questo luogo sinistro ricorda il carattere criminale del comunismo jugoslavo che nel 1945 fu imposto al popolo croato contro la sua volontà […] E proprio questo apocrifo ovvero la festa nazionale del 22 giugno è l’occasione giusta per ricordare ancora una volta un fatto ben noto […] lo stato croato moderno è sorto unicamente dalla volontà nazionale della nostra generazione e dalla vittoria nella Guerra patriottica (1991-1995), che è anche una vittoria sui successori spirituali e reali degli esecutori (del massacro) di Jazovka”, ha detto Hasanbegović, aggiungendo: “È nostro dovere politico, statale e legislativo annullare il 22 giugno come festa nazionale e come fonte di una discordia del tutto inutile in seno al popolo croato, facendo sì che finalmente si creino i presupposti per una vera riconciliazione nazionale, che può basarsi unicamente sulla verità”.
Hasanbegović è noto per le sue posizioni anticomuniste e per le critiche all’antifascismo, nonché per la sua propensione a relativizzare i crimini del regime ustascia. Tant’è che già da studente aderì al movimento neonazista, scrivendo pamphlet nostalgici per la rivista filoustascia “Lo Stato Indipendente Croato”.
Tito occupa un posto simbolico (nella memoria collettiva) come leader del movimento antifascista e fondatore di uno stato socialista che portò modernizzazione e progresso nei vari ambiti della vita economica, sociale e culturale – industrializzazione, elettrificazione, innalzamento degli standard di vita, modernismo nell’arte e nell’architettura, progresso scientifico, notevole miglioramento del sistema sanitario e di protezione sociale, aumento del tasso di alfabetizzazione e di scolarizzazione, innalzamento del livello medio di istruzione, risoluzione della questione abitativa.
Molti cittadini croati ritengono che la rimozione dell’intitolazione di una delle piazze centrali di Zagabria a Josip Broz Tito rappresenterebbe l’atto finale di una lunga serie di rinominazioni delle vie e piazze in tutta la Croazia che fino agli anni Novanta portavano i nomi di uomini politici e intellettuali dell’epoca socialista, nonché di combattenti e battaglioni partigiani.
Animato da canti partigiani jugoslavi e croati, ma anche dalle note di “Ay, Carmela” e “Bella Ciao”, il raduno organizzato in piazza maresciallo Tito ha visto la presenza di numerosi esponenti dell’opposizione di sinistra, nonché di simpatizzanti del regime jugoslavo e dello stesso Tito. Oltre alle bandiere di “Radnička fronta”, un piccolo partito della sinistra radicale, e quelle della Lega dei comunisti di Jugoslavia, in piazza sventolavano numerosi striscioni, alcuni dei quali dal sapore ironico. A rivolgersi ai presenti, tra i quali c’era anche il celebre allenatore di pallanuoto Ratko Rudić, sono stati alcuni intellettuali e attivisti di spicco.
L’antifascismo non ha alternative. Non ne ha avute nel 1941, non ne ha nemmeno oggi […] Il fascismo fu un periodo buio, nient’altro che buio. Un male assoluto, espressione dell’odio verso tutto ciò che è umano, diverso”, ha dichiarato l’attivista femminista Marijana Bijelić, parlando dei pericoli delle tendenze fasciste odierne.
Hrvoje Klasić, docente di Storia presso la Facoltà di Filosofia dell’Università di Zagabria, ha fatto notare che anche il primo presidente della Croazia indipendente Franjo Tuđman fu membro del movimento antifascista guidato da Tito.
“Rade Končar, Nada Dimić, Josip Kraš, Ivo Lola Ribar non sono solo nomi delle fabbriche, sono i nomi degli eroi nazionali croati, ai quali la società rese omaggio nel 1945 intitolando loro fabbriche, vie,…Nel 1991 quella stessa società decise di punirli – da un giorno all’altro da eroi divennero criminali. Molti ne sono responsabili, compreso il loro compagno di partito Franjo Tuđman, che non avrebbe dovuto permettere che ciò accadesse, e lo stesso vale per Janko Bobetko e Martin Špegelj [ex generali dell’Armata popolare jugoslava, tra i principali protagonisti della guerra di indipendenza croata]. Ma c’è comunque qualcosa che li lega a Nada Dimić e Rade Končar – tutti fecero parte dello stesso movimento di resistenza organizzato e vittoriosamente guidato da Tito”, ha detto Klasić.
Snježana Banović, nota critica teatrale che si è occupata tra l’altro di teatro del periodo ustascia, ha citato i nomi di numerosi attori e professionisti del teatro uccisi durante la Seconda guerra mondiale per mano degli ustascia. “Credo che oggi tutti sappiamo che ci sono limiti che non si oltrepassano e linee dalle quali non si indietreggia. Oggi quella linea è questa piazza che porta il nome del maresciallo Tito da 71 anni e lo porterà per almeno dieci volte tanto. La piazza maresciallo Tito è barometro e polso di Zagabria che mostra quanto questa città si ricorda del proprio passato eroico. Una città che si vergogna del proprio passato partigiano è condannata all’oblio, ossia a morte”, ha concluso Banović.

martedì 30 maggio 2017

Grand River

Fase calante di un'estate rancida, nel mezzo di un paese guasto. 
Waning phase of a rancid summer, in the middle of a dead country.


Mettersi in viaggio è il miglior cardiotonico.
Mettersi in viaggio allontana la tristezza.
Mettersi in viaggio evita il peggio per il rotto della cuffia.

Ogni volta che lo afferra la voglia di sparare ai passanti dal balcone, Wu Ming decide: tempo di partire. Lo scrittore coglie al balzo una palla da lacrosse e si proietta in Canada.
Quebec, Ontario, British Columbia. L'America francese, anglosassone, indiana, l'America che non è Stati Uniti, patria di un multiculturalismo che brilla e scintilla ma mostra la corda. Un mese di visioni e pellegrinaggi, tra passato e futuro, vestiti pesanti di pioggia, piedi che affondano nella melma della Storia o battono le terre dure delle riserve, sulle tracce di Joseph Brant e sua sorella Molly. In Canada c'è una statua di bronzo. La statua di Joseph Brant, grande capo indiano. Il bronzo viene dai cannoni che a Waterloo sconfissero l'armée di Napoleone.
Una storia di tanti anni fa A story many years ago : Joseph e Molly, guide della nazione Mohawk, nemici della rivoluzione americana, ancora odiati nel paese delle stelle-e-strisce, omaggiati ma avvolti di oblio nel paese della foglia d'acero.
Da Montreal alla sonnacchiosa Québec, dall'arcipelago delle Mille Isole alla riserva di Six Nations, da Brantford a Vancouver (dove tutto è di più) si allunga la "via francigena" di Wu Ming, tra inukshuk e chitarre elettriche, caffè lunghi e fucili ad avancarica, lacrime e risate, totem e tabù.


Partiti per il Canada, partiti con uno scopo ma anche per scappare dall'Italia, da un'Italia che straborda dei "cascami del consumo illimitato", "discarica della comunicazione, rifiuti media-tossici sempre riciclabili. Smaltibili mai".
Un viaggio tra settembre e ottobre del 2007 compiuto da due membri del collettivo Wu Ming nella valle del fiume Mohawk, dove nel XVIII secolo era insediata la “Confederazione della Grande Pace”, la più potente lega indiana. Lì i nativi convissero con irlandesi e scozzesi, fino alla rivoluzione che generò gli Stati Uniti.

"Cos'è viaggiare se non uscire da sè - dice Wu Ming - rimettersi in prospettiva sotto un altro cielo e calpestando altra terra?"

martedì 18 aprile 2017

More than a thousand Palestinian prisoners begin hunger strike

They demand better prison conditions and an end to administrative detentions. Led by Marwan Barghouti, sentenced to life for murder during the second Intifada. For Bernard Sabella "it is the sign of a lack of political perspective" and stalling of international politics. Thousands of demonstrators in the West Bank in support of prisoners.
Exigen mejores condiciones carcelarias y el fin de las detenciones administrativas. En su guía Marwan Barghouti, condenado a cadena perpetua por asesinato atribuido durante la segunda Intifada. Para Bernard Sabella "es el signo de una falta de perspectiva política" y estancamiento de la política internacional. Miles de manifestantes en Cisjordania apoyan a los prisioneros.

para la traducción española clic aquí
per la traduzione in italiano clicca qui

Jerusalem (AsiaNews) - More than 1000 Palestinians have begun a hunger strike in opposition to the livin
g conditions in Israeli prisons. The demonstration is led by Palestinian leader Marwan Barghouti, 57, sentenced to five life sentences for murders committed during the second intifada. The date of the official start of the strike is not causal: April 17 is the "Day for Palestinian Prisoner", in which friends and relatives detained in jails are remembered. Hunger strikes are nothing new, but it is the first time to take part is such a significant number.
The demonstrative action had been announced the day before yesterday, after weeks of preparation, with 700 prisoners.
Barghouti was yesterday put in isolation. Israelis consider him bloodthirsty for his role in the al-Aqsa Intifada, Palestinians consider him a hero and sometimes refer to him as a potential successor to Mohammad Abbas, current president of the Palestinian National Authority.
Barghouti wrote an open letter to the New York Times, motivating the strike as the "most peaceful form of available resistance" against "arbitrary mass arrests and mistreatment of Palestinian prisoners."
According to the Israeli authorities, the number of participants is around 1187, while Issa Qaraqe, of the Palestinian Authority leadership says the number of prisoners are 1300. The Palestinian Prisoner Club NGO has a population of 1500.
The Palestinian prisoners - around 6500 (according to Palestinian sources 7 thousand) - is a major source of tension with Israel. They include 62 women and 300 minors. The Palestinians consider them political prisoners, although they are serving a sentence for a different kind of crimes: about 500 are being held in "administrative detention", a tool that allows Tel Aviv to hold suspects without charge for a period of six months.
The purpose of the protest is to ask for improvements in detention conditions, including more family visits;
the installation of public telephones in detention blocks; the closure of the service clinics in prisons in favor of medical care in hospitals; an end to detention without trial and isolation. As for the medical conditions, the strikers are also demanding the release of prisoners with disabilities or chronic illnesses. In addition, the Palestinian branch of the NGO Defense for Children International reported yesterday that more and more children are subjected to isolation for longer periods of time: in 2016, 25 minors were confined for an average 16 day period.
Interviewed by AsiaNews, Prof. Bernard Sabella, a Catholic, representative of Fatah in Jerusalem and Executive Secretary of service to the Council the Palestinian refugees of Middle Eastern Churches, said that the hunger strike is one of the consequences of the political situation: "Without a political solution, no peace between Palestinians and Israelis, what kind of condition of life can a Palestinian prisoner have? It is a sad and painful situation."
"The Palestinian prisoners are demanding better living conditions, to see their families, get medical care, better hygiene, all those who lack basic necessities," says Prof. Sabella. "It is also the political message that
we have no vision for the future. It is at a standstill. The international community, and various groups in Israel have their part to play. There is the 'disengagement', the absence of the international community, when you need to intervene in favor of dialogue. "
Today the Israeli minister for internal security Gilad Erdan announced to the military radio that Israel will not negotiate with the demonstrators: "They are terrorists and killers who are serving what they deserve and we have no reason to negotiate with them."
In the Penitentiary Regulation, the refusal of meals is a disciplinary offense which can result in withdrawal of privileges or disciplinary measures.
Abbas issued a statement supporting the strike, demanding the intervention of the international community.
The strike was also supported by demonstrations in different cities of the West Bank, particularly in Ramallah, where more than 2 thousand people marched in the main streets, and gathered in the square Yasser Arafat. The protesters showed pictures of their imprisoned Barghouti and other relatives, and several demonstrators announced that they wanted to join the strike.



lunedì 27 febbraio 2017

Standing Rock Camps Shut Down, But the Fight Against DAPL Isn’t Over

We remain in prayer. The Sacred Fire remains lit inside us.
Check out our latest blog post at ourchildrenaresacred.org about this week's militarized raid on treaty land. #NoDAPL
Permanecemos en la oración. El Fuego Sagrado permanece encendido dentro de nosotros.
Echa un vistazo a nuestra última entrada de blog en ourchildrenaresacred.org sobre la incursión militarizada de esta semana en tierras de tratado. #NoDAPL


This past Wednesday and Thursday, the Dakota Access Pipeline protest camps were cleared by more than 200 police officers in riot gear as part of an emergency evacuation order signed by North Dakota governor Doug Burgum. Many of the water protectors cleared out peacefully, and some set fire to their camps as a ceremonial act of defiance to destroy it themselves before law enforcement could.
Over the those two days, 46 water protectors who refused to comply with the evacuation were arrested, including a group of military veterans, reporting journalists, and even an Oglala grandmother named Regina Brave. Present at the occupation of Wounded Knee in 1973, Brave was also a vocal opponent to the Keystone XL pipeline in recent years.
Even when water protectors are leaving peacefully to move on to larger movements, North Dakota law enforcement proved once again that they cannot do their jobs without abusing their power. Arriving with armored vehicles, snipers and AR-15s is beyond extreme, especially against those whose only “crime” is just refusing to move or live streaming the eviction to Facebook, the latter being the case for Eric Poemz as he was chased by police in his live stream and can be heard saying his hip may have broken as he was forced to the ground.
This amount of law enforcement is unnecessary, especially when they go so far as to violate First Amendment rights and try to silence anyone who tries to publicize the truth.
After the camps were cleared, Energy Transfer Partners announced that they finished drilling under Lake Oahe and will begin laying down pipe. According to their attorney, William Shcerman, DAPL’s construction could be finished and begin flowing oil in less than two weeks.
Things are not getting any better at the White House as they try to pass off their blatant lies — or what they call alternative facts — as truth. White House Press Secretary and Communications Director, Sean Spicer, claimed in a recent press briefing that President Donald Trump “has been in contact with all parties involved” with DAPL. Shortly afterwards, Standing Rock Sioux Chairman, Dave Archambault II, posted a response on Facebook that that was ‘absolutely false.” The tribe only finally received a meeting the day after the easement to drill under Lake Oahe was issued, to which Archambault cancelled it and filed a lawsuit for the illegal expediting and suspending of the environmental impact study.
Spicer’s briefing also contradicts Trump’s claims almost two weeks ago that he didn’t find DAPL controversial and hasn’t received a single phone call. Of course, he hasn’t been taking any phone calls given that the comments line is down with only an automated message with instructions to submit your comment on the White House’s website.
At this point, does the Trump administration think they’re that clever to make anyone believe anything they say?
To top all of this off, ABC News revealed that two days before Trump approved of the easement, the US Department of Interior withdrew a 35-page legal analysis — written by the department’s top lawyer Hilary Tompkins — of the environmental risks and treaty rights violations of DAPL with more than enough justification to deny further construction.
Tompkins wrote that the Standing Rock Sioux Tribe’s “core identity and livelihood depend upon their relationship to the land and environment unlike a resident of Bismarck, who could simply relocate if the pipeline fouled the municipal water supply, Tribal members do not have the luxury of moving away from an environmental disaster without also leaving their ancestral territory.”
So not only is the Trump administration lying through their teeth about their involvement and active listening in this controversy, but they are also willing to throw away anything criticizing their biased personal interests as an attempt to avoid accountability, no matter how irrefutable it is.
The camps may be shut down, but the fight against DAPL is far from over. Protests continue nationwide urging major banks to divest from DAPL, and a Native Nations March is planned for March 10th in Washington DC and nationwide. Chase Iron Eyes with LPLP plans to rally support for the new lawsuits filed by the Standing Rock Sioux and Cheyenne River Sioux tribes.
Contact your representatives to support the fight against the Black Snake. Donate as the water protectors fight moves to D.C. 

mercoledì 4 gennaio 2017

The struggle of Native, to save their lands

Hanno perso la guerra contro la colonizzazione, ma non il loro spirito combattivo che li ha portati a vincere una battaglia in difesa dei loro territori. E alla fine, migliaia di membri della tribù di indiani Sioux di Standing Rock che si opponevano al passaggio di un oleodotto sul territorio della loro riserva, nel North Dakota, l’hanno spuntata. Almeno per ora. L’Esercito Usa, sotto la cui giurisdizione ricade parte della zona interessata, ha annunciato che non concederà decisione storica” per la quale, hanno dichiarato, saranno “per sempre grati” al presidente Barack Obama. Ma l’amministrazione Trump fa sapere: “Deciderà il presidente eletto”.
La loro rivendicazione ha dato vita a proteste e manifestazioni che sono arrivate fino a New York. Cortei e polizia, dunque, non più solo in Nord Dakota, sulle rive del Lago Oahe, dove a difesa dei Sioux sono arrivati i veterani, ma anche nel cuore della Grande Mela, quartier generale del neo presidente a cui i membri della tribù lanciano un avvertimento: “Donald Trump si prepari perché non daremo tregua”. L’oleodotto dovrebbe correre per quasi 2000 chilometri, attraversando quattro Stati per portare il Illinois. “La parte sottomarina del tracciato mette a rischio il bacino idrico delle comunità, senza contare la violazione di terreni e luoghi sacri Sioux”, spiega una dimostrante.
greggio alle raffinerie dell’
 Uno dei leader della protesta è Dave Archambault II, il capo sioux di Standing Rock, che contro la repressione ha chiesto aiuto a Barack Obama e all’Onu: “Questi sono i giorni dell’anniversario del Massacro di Sand Creek; è ora che gli Stati Uniti pongano fine ai loro abusi contro i nativi americani”. La partita non è chiusa e “sulla sua realizzazione si dovrà pronunciare l’amministrazione Trump”, ha fatto sapere il portavoce del presidente eletto, Jason Miller,
spiegando che Donald Trump una volta insediatosi alla Casa Bianca esaminerà la decisione presa da
Obama di negare il permesso per il progetto.