venerdì 27 giugno 2008

Dall'Italia agli USA, dal Sudan al Kenya, e di nuovo in questa Italia...Lascio la parola a Padre Alex

E' agghiacciante quello che sta avvenendo sotto i nostri occhi in questo nostro paese.

I campi Rom di Ponticelli (Na) in fiamme, il nuovo pacchetto di sicurezza del ministro Maroni, il montante razzismo e la pervasiva xenofobia, la caccia al diverso, la fobia della sicurezza, la nascita delle ronde notturne offrono una agghiacciante fotografia dell'Italia 2008.
«Mi vergogno di essere italiano e cristiano», fu la mia reazione rientrato in Italia da Korogocho, all'approvazione della legge Bossi-Fini (2002). Questi sei anni hanno visto un notevole peggioramento del razzismo e xenofobia nella società italiana, cavalcata dalla Lega (la vera vincitrice delle elezioni 2008) e incarnata oggi nel governo Berlusconi (posso dire questo perché sono stato altrettanto duro con il governo Prodi e con i sindaci di sinistra da Cofferati a Dominici...).

Oggi doppiamente mi vergogno di essere italiano e cristiano.

Mi vergogno di appartenere ad una società sempre più razzista verso l'altro, il diverso, la gente di colore e soprattutto il musulmano che è diventato oggi il nemico per eccellenza.
Mi vergogno di appartenere ad un paese il cui governo ha varato un pacchetto-sicurezza dove essere clandestino è uguale a criminale. Ritengo che non è un crimine migrare, ma che invece criminale è un sistema economico-finanziario mondiale (l'11% della popolazione mondiale consuma l'88% delle risorse) che forza la gente a fuggire dalla propria terra per sopravvivere. L'Onu prevede che entro il 2050 avremo per i cambiamenti climatici un miliardo di rifugiati climatici. I ricchi inquinano, i poveri pagano. Dove andranno? Stiamo criminalizzando i poveri?
Mi vergogno di appartenere ad un paese che ha assoluto bisogno degli immigrati per funzionare, ma poi li rifiuta, li emargina, li umilia con un linguaggio leghista da far inorridire.
Mi vergogno di appartenere ad un paese che dà la caccia ai Rom come se fossero la feccia della società. Questa è la strada che ci porta dritti all'Olocausto (ricordiamoci che molti dei cremati nei lager nazisti erano Rom!). Noi abbiamo fatto dei Rom il nuovo capro espiatorio.
Mi vergogno di appartenere ad un popolo che non si ricorda che è stato fino a ieri un popolo di migranti («quando gli albanesi eravamo noi»): si tratta di oltre sessanta milioni di italiani che vivono oggi all'estero. I nostri migranti sono stati trattati male un po' ovunque e hanno dovuto lottare per i loro diritti. Perché ora trattiamo allo stesso modo gli immigrati in mezzo a noi? Cos'è che ci ha fatto perdere la memoria in tempi così brevi? Il benessere? Come possiamo criminalizzare il clandestino in mezzo a noi? Come possiamo accettare che migliaia di persone muoiano nel tentativo di attraversare il Mediterraneo per arrivare nel nostro "Paradiso"? E' la nuova tratta degli schiavi che lascia una lunga scia di cadaveri dal cuore dell'Africa all'Europa.
Mi vergogno di appartenere ad un paese che si dice cristiano ma che di cristiano ha ben poco. I cristiani sono i seguaci di quel povero Gesù di Nazareth crocifisso fuori le mura e che si è identificato con gli affamati, carcerati, stranieri. «Quello che avrete fatto ad uno di questi miei fratelli più piccoli lo avrete fatto a me». Come possiamo dirci cristiani mentre dalla nostra bocca escono parole di odio e disprezzo verso gli immigrati e i Rom? Come possiamo gloriarci di fare le adozioni a distanza mentre ci rifiutiamo di fare le "adozioni da vicino"? Come è possibile avere comunità cristiane che non si ribellano contro queste tendenze razziste e xenofobe? E quand'è che i pastori prenderanno posizione forte contro tutto questo, proprio perché tendenze necrofile?

Come missionario, che da una vita si è impegnato a fianco degli impoveriti della terra, oggi che opero su Napoli, sento che devo schierarmi dalla parte degli emarginati, degli immigrati, dei Rom contro ogni tendenza razzista della società e del nostro governo. Rimanere in silenzio oggi vuol dire essere responsabili dei disastri di domani.
Vorrei ricordare le parole del pastore Martin Niemoeller della Chiesa confessante sotto Hitler:
«Quando le SS sono venute ad arrestare i sindacalisti, non ho protestato perché non ero un sindacalista.
Quando sono venute ad arrestare i Rom non ho protestato perché non ero un Rom.
Quando sono venute ad arrestare gli Ebrei non ho protestato perché non ero un Ebreo.
Quando alla fine sono venute ad arrestare me non c'era più nessuno a protestare».

Non possiamo stare zitti, dobbiamo parlare, gridare, urlare. E' in ballo il futuro del nostro paese, ma soprattutto è in ballo il futuro dell'umanità anzi della vita stessa.

Diamoci da fare perché vinca la vita!

Di
Padre Alex Zanotelli, missionario comboniano (http://www.nigrizia.it/)

martedì 24 giugno 2008

Grand River

Fase calante di un'estate rancida, nel mezzo di un paese guasto.

Mettersi in viaggio è il miglior cardiotonico.
Mettersi in viaggio allontana la tristezza.
Mettersi in viaggio evita il peggio per il rotto della cuffia.

Ogni volta che lo afferra la voglia di sparare ai passanti dal balcone, Wu Ming decide: tempo di partire. Lo scrittore coglie al balzo una palla da lacrosse e si proietta in Canada.
Quebec, Ontario, British Columbia. L'America francese, anglosassone, indiana, l'America che non è Stati Uniti, patria di un multiculturalismo che brilla e scintilla ma mostra la corda. Un mese di visioni e pellegrinaggi, tra passato e futuro, vestiti pesanti di pioggia, piedi che affondano nella melma della Storia o battono le terre dure delle riserve, sulle tracce di Joseph Brant e sua sorella Molly. Una storia di tanti anni fa: Joseph e Molly, guide della nazione Mohawk, nemici della rivoluzione americana, ancora odiati nel paese delle stelle-e-strisce, omaggiati ma avvolti di oblio nel paese della foglia d'acero.
Da Montreal alla sonnacchiosa Québec, dall'arcipelago delle Mille Isole alla riserva di Six Nations, da Brantford a Vancouver (dove tutto è di più) si allunga la "via francigena" di Wu Ming, tra inukshuk e chitarre elettriche, caffè lunghi e fucili ad avancarica, lacrime e risate, totem e tabù.


Partiti per il Canada, partiti con uno scopo ma anche per scappare dall'Italia, da un'Italia che straborda dei "cascami del consumo illimitato", "discarica della comunicazione, rifiuti media-tossici sempre riciclabili. Smaltibili mai".
Un viaggio tra settembre e ottobre del 2007 compiuto da due membri del collettivo Wu Ming nella valle del fiume Mohawk, dove nel XVIII secolo era insediata la “Confederazione della Grande Pace”, la più potente lega indiana. Lì i nativi convissero con irlandesi e scozzesi, fino alla rivoluzione che generò gli Stati Uniti.

"Cos'è viaggiare se non uscire da sè - dice Wu Ming - rimettersi in prospettiva sotto un altro cielo e calpestando altra terra?"

sabato 14 giugno 2008

Ricordi vivissimi d'una foto

In questi giorni mi sono messa a sfogliare qualche album di foto, durante una pausa tra un capitolo di studio e l’altro.
Mi sono tornate in mano le foto degli Stati Uniti, di quando feci quel viaggio nel lontano 1994. E’ passato moltissimo tempo da allora, eppure una cosa m’è rimasta impressa dentro, come se fosse ieri: i giorni che passammo a contatto con i Nativi Americani, che vedemmo dove vivevano, che visitammo i luoghi della loro storia, che parlammo con quel nativo, un Navajo, di cui ricordo ancora il nome…Roy...
La memoria ha fatto scattare qualcosa dentro di me e la mia mente s’è messa a ricordare come in un film. Quegli spazi infiniti, quella terra impregnata di sangue, quei nativi pieni di dignità e coraggio nonostante l'arroganza dei "coloni", quelle memorie mai degnamente ricordate dall’ufficialità della storia di stato americano…quei fili di ferro in quella specie di deserto che delimitavano ciò che il governo americano aveva “donato” ai nativi, ovvero le cosidette riserve (sulle quali le nostre TV tacciono da sempre, mentre ce ne sarebbero di cose da dire! Per esempio tirare in ballo qui il concetto di "genocidio culturale")
Un groppo alla gola, terribile; gli occhi offuscati non solo dalla miopia; lo stomaco di granito. Ho estratto una foto e richiuso l’album. La mia mente è partita per un viaggio di quasi un’ora, tra ricordi, emozioni, domande, insulti…In sottofondo quella canzone, Creek Mary's Blood, dei Nightwish.
Ho pianto, di rabbia e tristezza.
Roy...dove sei? Where are you?...



Sangue di Creek Mary
Presto io non sarò più qui / Sentirai questa storia / Attraverso il mio sangue / Attraverso la mia gente / E il pianto dell'aquila / L'orso dentro di me non si sdraierà mai per riposare / Camminando sulla Strada per l'Orizzonte / Seguendo la scia delle lacrime / L'uomo bianco venne / Vide la terra benedetta / Noi ci tenevamo, voi la prendeste / Tu combattesti, noi perdemmo / Non una guerra, ma una battaglia sleale / Paesaggi dipinti magnificamente con il sangue / Camminando sulla Strada per l'Orizzonte / Seguendo la scia delle lacrime / Un tempo noi eravamo qui /Dove abbiamo sempre vissuto sin dall'inizio del mondo / Dal tempo in cui lui stesso ci diede questa terra / Le nostre anime incontreranno di nuovo la natura / La nostra casa nella pace, nella guerra, nella morte /Camminando sulla Strada per l'Orizzonte...
"Continuo a sognare tutte le notti / I lupi, i bisonti, le infinite praterie / I venti agitati sopra le cime delle montagne / La frontiera incontaminata dei mie amici e parenti /La terra consacrata al Grande Spirito / Continuo a credere / In ogni notte / In ogni giorno / Io sono come il caribù /E voi come i lupi che mi fanno più forte / Noi non vi abbiamo mai dovuto niente / Il nostro unico debito è una vita per nostra Madre / E' stato un buon giorno per cantare questa canzone / Per Lei / Il nostro spirito era qui da tempo prima di voi / Prima di noi / E a lungo sarà dopo che il vostro orgoglio vi porterà / alla vostra fine".
"Hanhepi iyuho mi ihanbla ohinni yelo / O sunkmanitutankapi hena, / sunkawakanpi watogha hena, / oblaye t’ankapi oihankesni hena / T’at’epi kin asni kiyasni hea / katanhanpi iwankal / Oblaye t’anka kinosicesni mitakuyepi òn / Makoce kin wakan / WakanTanka kin òn / Miwicala ohinni - Hanhepi iyuha / kici - Anpetu iyuha kici halo / Mi yececa hehaka kin yelo, nani yececa sunkmanitutankapi / kin ka mikaga wowasaka isom / Uncipi tuweni nitaku keyas ta k’u / Unwakupi e’cela e wiconi / wanji unmakainapi ta halo /Anpetu waste e wan olowan / le talowan winyan ta yelo / Unwanagi pi lel e nita it’okab o’ta ye /Untapi it’okab o’ta / Na e kte ena òn hanska ohakap / ni itansni a’u nita ihanke halo

venerdì 6 giugno 2008

Propagande incrociate: due o tre cose sul Tibet che nessuno osa dire

Quando gli elefanti combattono, dice un proverbio africano, a rimetterci è l'erba.
Nel caso poi in cui gli elefanti sono pesi massimi come Cina e Stati Uniti, entrambi molto abili nell'utilizzare il circo mediatico, il destino dell'erba (i tibetani) sembra segnato.
A noi spettatori dell'ennesima tragedia, ormai consapevoli che le cose peggiori sono quelle che nessuno racconta, non resta che scegliere a caso fra una valanga di informazioni impossibili da verificare. Pochi, fra i giornalisti e i simpatizzanti dei monaci arancioni, amano ricordare il ruolo recitato dalla Cia in questa regione da cinquant'anni, un ruolo importante per la sopravvivenza della leadership tibetana in esilio ma decisamente controproducente per quelli che sono restati nel territorio occupato dai cinesi.
La Cia ha cominciato a condurre operazioni su vasta scala in Tibet fin dal 1956, cosa che ha condotto alla disastrosa sollevazione del '59, con decine di migliaia di morti e la fuga del Dalai Lama e dei suoi seguaci in India e in Nepal. Quel primo insuccesso non portò il Dipartimento di Stato a più miti consigli, al contrario: venne allestito un campo di addestramento per la guerriglia tibetana a Leadville, in Colorado, che continuerà a funzionare fino al 1966. La Tibetan Task Force della Cia, invece, continuerà a operare fino al 1974 - presumibilmente la fine di questo programma fu una delle promesse che Nixon fece nel suo storico incontro con la leadership cinese a Pechino. Secondo un reportage dedicato a questa storia dal Washington Post nel 1999, gli insuccessi della Cia furono dovuti ad alcune circostanze decisamente sottostimate dagli analisti, come ad esempio il risentimento della popolazione verso il passato regime. I tibetani avevano paura del ritorno degli aristocratici fuggiti con il Dalai Lama perchè, soprattutto i contadini, temevano di dover restituire ai nobili la terra che era stata loro assegnata con la riforma agraria. Insomma, nemmeno i più ferventi buddisti volevano tornare a fare i servi della gleba per i potenti latifondisti che erano la spina dorsale della teocrazia di Lhasa.
Con l'apertura al capitalismo voluta da Deng Xiaoping, però, i tibetani finiscono col perdere i pochi benefici conquistati sotto i cinesi e la Cia, approfittando dello scontento, ci riprova. Il suo contributo alla rivolta del 1987 non è documentato come i precedenti ma è abbastanza certo, così com'è certo che andò a finire male: la repressione cinese fu durissima e continuò fino al 1993, con il risultato che le timide aperture verso una maggiore autonomia del Tibet vennero soffocate nel sangue. La Cia comunque continuò attivamente a lavorare secondo la strategia utilizzata in Afghanistan e, più tardi, in Kosovo: tanta propaganda e tante armi leggere, contrabbandate nel paese da ogni luogo del mondo.
Oggi, con la vetrina delle Olimpiadi già aperta, l'occasione di dare una spallata al gigante, già in precario equilibrio per le rivendicazioni della minoranza musulmana, è troppo ghiotta per non approfittarne. Se gli occidentali tacciono queste informazioni importanti, anche i cinesi non scherzano. Nessuno ha detto, per esempio, che Pechino ha inviato in zona l'esercito - la 149° divisione di fanteria meccanizzata - e ha allestito un Centro di comando a Lhasa affidato a Zhang Qingli, segretario del Partito tibetano vicinissimo al presidente Hu Jintao. Inutile dire che, se si fosse trattato di semplici disordini provocati da elementi criminali, come sostiene Pechino, sarebbe stata mandata la polizia, non certo reggimenti dotati dei più moderni mezzi corazzati. Con questa decisione il governo centrale dimostra di temere la sollevazione su larga scala, un'ingerenza diretta di Washington oppure le due cose insieme. Molto probabilmente Pechino è consapevole che stavolta lo scontento è ben più ampio proprio per via delle riforme turbo-capitaliste con cui si è cercato di modernizzare il paese. E qui veniamo all'ultimo punto di cui nessuno scrive: la sollevazione tibetana, che con il suo carico di violenza ha messo in imbarazzo perfino il Dalai Lama, è causata soprattutto dall'inasprimento delle condizioni di vita degli abitanti autoctoni, prevalentemente contadini, cui è stato riservato lo stesso trattamento che provoca ogni anno decine di migliaia di rivolte nell'intero paese. Gli effetti deleteri delle riforme che hanno cancellato importanti conquiste - come ad esempio il sistema sanitario generalizzato - mentre la marcia devastante delle fabbriche a basso costo inquina i fiumi e sottrae terra coltivabile agli agricoltori, si somma in Tibet con il risentimento causato da una colonizzazione che mira a cancellare le specificità culturali e a mettere il guinzaglio alla religione.
A tutto ciò si aggiunge l'effetto Kosovo: la disinvoltura con cui Washington e alcuni paesi europei (fra cui l'Italia) hanno violato l'integrità territoriale di una nazione sovrana, induce Pechino ad avere la mano particolarmente pesante.


E, come al solito, a rimetterci è l'erba.



Articolo di Sabina Morandi (Brianza Popolare)